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In questi giorni si parla molto del Decreto legge anti femminicidio, chi ne parla in termini entusiastici e chi ne parla – a ragion veduta – in termini meno ottimistici. Ma prima di tutti si continua a discutere sul perché del termine “femminicidio”. A molti non piace, “è cacofonico”, “crea confusione”… Insomma, piuttosto che focalizzare l’attenzione sul fatto, grave, che esista la necessità di individuare e nominare il fenomeno dilagante dell’uccisione delle donne in quanto donne, si preferisce spostare l’attenzione sull’aspetto semantico del termine.  Va bene, decido di stare al gioco e vi propongo un articolo di qualche tempo fa di Barbara Spinelli, avvocata e relatrice Onu come esperta europea sul femminicidio, apparso sul blog La 27esima ora del Corriere della Sera, che racconta la vera storia della parola “femminicidio”, dalla lotta sociale al riconoscimento giuridico internazionale.

“Ho letto l’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicato lunedì sul Corriere. Concordo con Lei, il termine “femminicidio” suona cacofonico , e molti a sentirlo storcono il naso, perché rimanda all’idea sprezzante della latina “femina”, l’animale di sesso femminile.

Tuttavia mi sento in dovere di rassicurare l’autrice ed i lettori: il termine femminicidio non nasce per caso, né perché mediaticamente d’impatto, e tantomeno per ansia di precisione.

Oggi sembra quasi una banalità ripetere i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.

Dietro questa parola c’è una storia lunga più di venti anni, una storia in cui le protagoniste sono le donne, e ne escono vincitrici.

Varrebbe la pena conoscere questa storia prima di decidere se usare o no il termine femminicidio. Anzi, -questo si per desiderio di precisione - i concetti di femmicidio e femminicidio. Ero una giovane studentessa di giurisprudenza quando ho sentito per la prima volta questo termine, nel 2006, da un’avvocata messicana, e nutrivo le stesse perplessità.

Che bisogno c’era di un nome nuovo? Sempre di omicidi si trattava.

Purtroppo non avevo fonti di informazione italiane su questo strano neologismo, che già alcune associazioni di donne iniziavano a usare (UDI, Donne in nero, Casa delle donne per non subire violenza di Bologna) così decisi di andare a fondo, documentarmi, capire. Rimasi così soggiogata dalla storia celata dietro questa parola, che decisi di raccontarla in un libro , perché tutti potessero conoscere la tenacia delle donne che l’avevano scritta ed i risultati che avevano ottenuto.

Il termine “femicide” (in italiano “femmicidio” o “femicidio”) nacque per indicare gli omicidi della donna “in quanto donna”, ovvero gli omicidi basati sul genere, ovvero la maggior parte degli omicidi di donne e bambine. Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne commessi da parte di partner o ex partner, stiamo parlando anche delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali, e stiamo parlando pure delle donne uccise dall’AIDS, contratto dai partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività, delle prostitute contagiate di AIDS o ammazzate dai clienti, delle giovani uccise perché lesbiche…Se vogliamo tornare indietro nel tempo, stiamo parlando anche di tutte le donne accusate di stregoneria e bruciate sul rogo.

Che cosa accomuna tutte queste donne? Secondo la criminologa statunitense Diana Russell , il fatto di essere state uccise “in quanto donne”.La loro colpa è stata quella di aver trasgredito al ruolo ideale di donna imposto dalla tradizione (la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna”, o la donna sessualmente disponibile, “Eva” la tentatrice), di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante ….Per la loro autodeterminazione, sono state punite con la morte.

Chi ha deciso la loro condanna a morte? Certo il singolo uomo che si è incaricato di punirle o controllarle e possederle nel solo modo che gli era possibile, uccidendole, ma anche la società non è esente da colpe. Diana Russell sostiene che

“tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Marcela Lagarde , antropologa messicana, considerata la teorica del femminicidio, sostiene che

“La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale, attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Il femminicidio secondo Marcela Lagarde è un problema strutturale, che va aldilà degli omicidi delle donne, riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Pensiamo a quelle donne che subiscono per anni molestie sessuali sul lavoro, o violenza psicologica dal proprio compagno, e alla difficoltà, una volta trovata la forza di uscire da quelle situazioni, di ricostruirsi una vita, di riappropriarsi di sé.

Femminicidio è «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

Questo neologismo è salito alla ribalta delle cronache internazionali grazie al film Bordertown, in cui si racconta dei fatti di Ciudad Juarez, città al confine tra Messico e Stati Uniti, dove dal 1992 più di 4.500 giovani donne sono scomparse e più di 650 stuprate, torturate e poi uccise ed abbandonate ai margini del deserto, il tutto nel disinteresse delle Istituzioni, con complicità tra politica e forze dell’ordine corrotte e criminalità organizzata, ed attraverso la possibilità di insabbiamento delle indagini esacerbata dalla cultura machista dominante e da leggi che, ad esempio, non prevedevano lo stupro coniugale come reato e prevedevano la non punibilità nei confronti dello stupratore che avesse sposato la donna violata.

Fino a quando -e qui inizia la storia sconosciuta ai più- le donne messicane, attiviste, femministe, accademiche, giornaliste, grazie alla loro attività di denuncia della responsabilità istituzionale per il perdurare di questi crimini, per tutte le violazioni dei diritti umani delle donne che continuavano a restare impuniti, sono riuscite a far eleggere Marcela Lagarde parlamentare. Lei ha fatto costituire e presieduto una Commissione Speciale parlamentare sul femminicidio, che, per un arco temporale di dieci anni, ha rielaborato le informazioni reperite presso varie istituzioni (procure generali, ONG, istituzioni di donne e di statistica, Corte suprema, organizzazioni civili, giornali) verificando che l’85% dei femminicidi messicani avviene in casa per mano di parenti, e che riguardava non soltanto le donne indigene ma anche studentesse, impiegate, donne di media borghesia. Ogni Stato del Messico è stato mappato: dati ufficiali e dati delle ONG, situazione legislativa, misure adottate per il contrasto alla violenza di genere, numero di progetti sul territorio indirizzati alle donne e di centri antiviolenza.

Il risultato? Hanno verificato che il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento.

E hanno approvato una legge organica sul modello spagnolo, e hanno sancito l’introduzione nei codici penali del reato di femminicidio(scelta infelice quest’ultima per i compromessi nella definizione della fattispecie e che nel tempo non ha prodotto gli esiti sperati).

L’esempio delle donne messicane ha contagiato gli altri Stati latinoamericani: si sono moltiplicate le indagini ufficiali e non ufficiali:“nominare” con il nome di femminicidio, e contare gli atti estremi di violenza di genere ha determinato l’insorgere di una consapevolezza nella società civile e nelle Istituzioni sulla effettiva natura di questi crimini, ciò a sua volta ha reso possibile una maggiore conoscenza del fenomeno attraverso la raccolta di dati statistici e la predisposizione di accurate indagini socio-criminologiche. E l’introduzione di nuove leggi e del reato di femminicidio in molti codici penali: da quello del Messico, Guatemala, Costa Rica, Venezuela, Cile, El Salvador a, più recentemente, Perù e Argentina. Per Messico e Guatemala, l’indicazione di inserire nella legislazione nazionale il femminicidio come reato arrivò direttamente dall’ONU, dal Comitato per l’attuazione della CEDAW (La Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne).

Il progresso latinoamericano nel contrasto alla violenza maschile sulle donne si deve quindi alla determinazione del movimento femminista attivo sui territori e delle associazioni a tutela dei diritti umani, che hanno promosso e utilizzato queste indagini per la propria attività di lobby nei confronti dei Governi, ma anche per evidenziare, sulla base dei dati raccolti, la responsabilità dello Stato nel momento in cui non è in grado di garantire il diritto delle donne all’integrità psicofisica ed a vivere con sicurezza e dignità nella propria comunità, per l’inefficacia dimostrata nel prevenire, perseguire, e punire ogni forma di discriminazione e violenza di genere.

E ci sono riuscite! Grazie alla tenacia delle donne messicane (e, tra queste, ricordiamo Marisela Ortiz , che ha ottenuto la cittadinanza onoraria nelle città di Genova e Torino, nonché Luz Estela Castro , l’avvocata che conobbi nel 2006 e che suscitò in me questa passione) il 10.12.2009 (giorno in cui ricorre l’anniversario della firma della Dichiarazione universale sui diritti umani) il Messico è stato condannato dalla Corte interamericana per i diritti umani per i femminicidi avvenuti sul suo territorio. La Corte interamericana per i diritti umani ha ritenuto responsabile lo Stato messicano responsabile per non aver adeguatamente prevenuto la morte di tre giovani donne, i cui corpi furono ritrovati in un campo di cotone nei pressi di Ciudad Juarez. Nella sentenza si riconosce che i casi individuali di queste tre ragazze erano emblematici di una situazione generale, e che la violenza subita dalle donne di Ciudad Juarez fin dal 1993 costituisce una violazione strutturale dei loro diritti umani sulla base del genere di appartenenza della quale è responsabile lo Stato messicano.

La sentenza “Campo Algodonero ” è storica non solo perché per la prima volta riconosce una identità giuridica propria al concetto di femminicidio quale omicidio di una donna per motivi di genere e quale violazione dei diritti umani, ma anche perché è stata emessa quando, per la prima volta nella storia della Corte interamericana, a presiedere l’organo giudicante era una donna, la magistrata Cecilia Medina Quiroga (sarà un caso?).

Il Messico è stato condannato per aver violato il diritto alla vita, alla integrità psicofisica, alla libertà delle tre vittime, per aver posto in essereindagini inadeguate, e dunque per aver violato il diritto alla tutela giurisdizionale anche nei confronti delle loro famiglie, per aver violato il diritto delle minori ad avere protezione da parte dello stato, per aver violato il diritto all’integrità psicofisica dei famigliari delle vittime per le sofferenze loro causate e per le pressioni avanzate nei loro confronti. Inoltre, è stato condannato per averle discriminate in quanto donne, nel venir meno al rispetto dell’obbligazione dello Stato di garantire il pieno e libero eserciziodei diritti e delle libertà riconosciuti a tutte le Persone, che in questo caso sono stati ritenuti violati nei loro confronti in quanto donne.

Direte voi: ma si tratta di una peculiarità latino-americana. Non è così: la Corte interamericana infatti nella motivazione della sentenza richiama il caso Opuz , deciso pochi mesi prima davanti alla Corte Europea dei diritti umani, che aveva condannato la Turchia per non essere stata in grado di proteggere adeguatamente la signora Opuz dalla violenza perpetrata nei confronti suoi e della figlia da parte del marito.

Quando si parla di femminicidio, si parla di tutto questo: di donne e uomini coraggiosi nella denuncia di una cultura che odia le donne e di una politica inerte, inadeguata nelle reazioni.Giornalisti coraggiosi e attiviste che hanno pagato con la vita la scelta di informare e denunciare le violazioni dei diritti delle donne che avvenivano nei loro Paesi.

Si parla di donne che da vittime si sono trasformate in soggetti politici artefici del cambiamento della realtà nel loro Paese.

Forse vale la pena conoscere questa storiaappassionarsi a questi volti, a queste battaglie, prima di decidere se chiamare o no, le nostre donne assassinate, femminicidi.

E forse vale la pena sapere che la maggior parte dei Paesi latinoamericani ad oggi dispone di Osservatori, e di raccolte che consentono di avere dati disaggregati per genere, se invece noi possiamo contare il numero dei femminicidi è solo grazie alle volontarie della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna , che dal 2005 li raccoglie a partire dalle notizie fornite dalla stampa.

Non esiste infatti una raccolta ufficiale dei dati sugli omicidi che li cataloghi sulla base del genere. Ed infatti quando il 14 luglio 2011 il Comitato CEDAWha fatto richiesta all’Italia di fornire i dati sui femminicidi il Governo italiano non è stato in grado di fornire tempestivamente questa risposta, semplicemente perché quei dati non erano mai stati raccolti.

Anche l’Unione Europea ha riconosciuto che il femminicidio riguarda tutti gli Stati del mondo, non solo quelli latinoamericani, quindi dovremmo abituarci all’idea di convivere con questo termine, anche se può suonare cacofonico.

Ma la storia del femminicidio riguarda noi italiane molto da vicino rispetto ad altre donne europee: il nostro legame con le attiviste messicane è di lunga data e, insieme alle spagnole, siamo state tra le prime ad informare sul percorso delle donne latinoamericane, ad invitarle in Europa per raccontare la loro esperienza e le loro difficoltà.

Facendo un uso politico di questa categoria socio-criminologica, qualcosa (di grande) lo abbiamo ottenuto.

I tempi sono stati lunghissimi, quasi dieci anni di ritardo, ma un primo risultato è arrivato, ed è arrivato utilizzando lo stesso “metodo” delle amiche messicane: rivendicando che la violenza maschile sulle donne è una violazione dei diritti umani e che spetta alle Istituzioni attivarsi per prevenire il femminicidio, attraverso un’azione di carattere culturale e un’adeguata protezione delle donne che scelgono di uscire da tutte le forme di violenza (dalla tratta alla violenza domestica).

Nel luglio 2011 numerosissime donne e associazioni (tra cui la rete nazionale dei centri antiviolenza, D.i.RE), riunite nella Piattaforma italiana “30 anni di CEDAW: Lavori in corsa” hanno contribuito a fornire le informazioni necessarie alla stesura del Rapporto Ombra sull’implementazione della CEDAW in Italia, del quale io ho coordinato la stesura.

E’ stata una scelta politica, nata in particolare dall’impegno personale mio e di Anna Pramstrahler e Cristina Karadole della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna, curatrici per molti anni della raccolta dei dati sui femmicidi in Italia ) quella di inserire nel Rapporto Ombra, oltre a un capitolo che fotografava le incongruenze nelle politiche e nell’applicazione delle leggi esistenti in materia di violenza maschile sulle donne, l’aggiunta di un capitolo specifico sul femminicidio, proprio per dare un nome a questa realtà in aumento nel nostro Paese, nonostante il calo generale degli omicidio donne, ed evidenziarne le peculiarità.

I numeri del femminicidio in Italia? Se nel 2006 su 181 omicidi di donne 101 erano femmicidi, nel 2010 su 151 omicidi di donne 127 erano femmicidi.

Un dato ci pone in classifica dietro al Messico: se là il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento, qui invece una ricerca condotta da Baldry ha evidenziato che più del 70% delle vittime di femminicidio era già nota per avere contattato le forze dell’ordine, ovvero per aver denunciato, o per aver esposto la propria situazione ai servizi sociali.

Un dato che ci accomuna agli altri Paesi europei: le ricerche criminologiche dimostrano che su 10 femmicidi, 7/8 sono in media preceduta da altre forme di violenza nelle relazioni di intimità.

Cioè l’uccisione della donna non è che l’atto ultimo di un continuum di violenza di carattere economico, psicologico o fisico.

E oltre alle uccisioni di donne dobbiamo tenere in considerazioni il numero di suicidi da parte di donne vittime di violenza domestica: uno studio europeo del 2006 indicava una media 7 femminicidi conseguenza di pregressa violenza domestica al giorno nei 27 Stati europei.

Secondo questa ricerca, nel 2006 in Europa 3413 persone sono morte in conseguenza della violenza domestica subita: di questi, 1409 erano donne uccise dai partner o ex partner violenti (femminicidi), 1010 erano le donne che avevano scelto il suicidio a seguito della violenza domestica subita, 272 le donne che avevano ucciso i mariti violenti, 186 gli omicidi collaterali (padre che uccide i figli e la moglie, oppure persone accorse in soccorso e uccise per errore), 536 gli uomini che dopo aver ucciso la donna su cui avevano esercitato violenza si erano uccisi.

Un quadro devastante.

Aggravato dall’assenza di dati europei aggiornati, e dall’assenza di dati sull’Italia relativi al suicidio: nonostante una recente ricerca ISTAT sul suicidio, il movente della violenza intrafamigliare subita non è stato tenuto in considerazione, purtroppo.

La nostra scelta di dare un nome a questa realtà, ed i dati esposti devono avere impressionato il Comitato CEDAW, che infatti nelle Raccomandazioniall’Italia si è detto “preoccupato per l’elevato numero di donne uccise da partner ed ex partner (femminicidi), che può indicare un fallimento delle autorità dello Stato nel proteggere adeguatamente le donne vittime dei loro partner o ex partner”.

E’ la prima volta che il Comitato CEDAW parla di femminicidio in relazione a un paese non latinoamericano, e che riscontra la probabile inadeguatezza delle azioni poste in essere per proteggere le donne dalla violenza.

E’ emblematico che all’Italia non sia stato chiesto di introdurre il reato di femminicidio, come è stato chiesto a Messico e Guatemala: qui da noi il problema è culturale, e si ripercuote sull’efficacia dell’azione istituzionale.

Il Comitato CEDAW ha evidenziato la propria preoccupazione per il fatto che in Italia persistono “attitudini socio-culturali che condonano la violenza domestica”: forse è da qui che bisogna ripartire per contrastare il femminicidio.

Da una cultura dell’ascolto della vittima. Dal ri-conoscimento che il femminicidio, lo stalking, i maltrattamenti, oltre alla violenza sessuale, sono forme di violenza di genere, rivolta contro le donne in quanto donne. Partire da qui, per raccogliere i dati secondo un’ottica di genere, per capire se davvero le donne che chiedono aiuto vengono protette, o se invece mancano i posti letto per accoglierle perché i fondi sono insufficienti e le case rifugio chiudono, o se le donne vengono male informate e magari pensano che se non denunciano non possono avere protezione perché nessuno le ha informate dell’esistenza degli ordini di allontanamento civili, che consentono anche l’eventuale mantenimento oltre all’allontanamento del coniuge violento, o se le leggi esistenti vengono male applicate, o se il rischio di rivittimizzazione vieneinadeguatamente valutato, perché magari mancavano i fondi per garantire una formazione specifica degli operatori professionali, e dunquepiù facilmente prevaleva il pregiudizio del singolo operatore rispetto alla conoscenza del fenomeno.

Inutile dire che i passi avanti in questi anni ci sono stati e l’attenzione alla formazione e alla protezione delle donne che decidono di uscire da situazioni di violenza è sempre maggiore: tuttavia ancora troppe donne vengono ammazzate perché manca una reazione collettiva e sentita a una cultura assassina, che riporta in auge pregiudizi e stereotipi antichissimi, legati alla virilità, all’onore, al ruolo di uomini e donne nella coppia e nella società.

E allora davanti a una cultura così pervasiva da permeare anche talvolta quegli operatori che dovrebbero contrastarli, le Istituzioni hanno il dovere di domandarsi se è stato fatto tutto quello che si poteva fare, o se occorre un cambiamento più strutturale nelle azioni di contrasto alla violenza maschile sulle donne.

Per sconfiggere la cultura patriarcale occorre una presa di posizione netta da parte di tutti i politici ed i personaggi pubblici, ed una collaborazione fortissima con la società civile: chiede infatti il Comitato CEDAW alle Istituzioni, tra le altre misure, di “predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media e delle campagne di educazione pubblica, affinché la violenza nei confronti delle donne venga consideratasocialmente inaccettabile, e divulgare informazioni al pubblico sulle misure esistenti al fine di prevenire gli atti di violenza nei confronti delle donne”.

Nel 2008, nell’introduzione al mio libro scrivevo

“Il mio obbiettivo è ricostruire la storia del percorso di rivendicazione dei diritti delle donne incentrato sul concetto di femminicidio, e farla conoscere in Italia: questo per evitare che si parli di femminicidio in maniera acritica, ignorandone la storia, facendone l’ennesimo slogan politico passeggero, vuoto di contenuti forti, veicolo della cultura dell’emergenza”.

L’obbiettivo resta da raggiungere, ma le voci per raggiungerlo si sono moltiplicate, e questo non può che essere un bene.

Si pone poi un altro obbiettivo, ancora più cogente: che fare ?

Che fare per fermare i femminicidi? Che fare per proteggere le sopravvissute al femminicidio, e dare loro giustizia?

Le indicazioni provenienti dalle Nazioni Unite sono estremamente chiare (e invito tutti a leggerle), ed altre ne arriveranno a giugno dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, che è stata in visita a gennaio nel nostro Paese ed ha avuto modo di parlare direttamente con operatrici, forze dell’ordine, magistrati, donne sopravvissute al femminicidio, famigliari di donne uccise.

La Relatrice ufficiale ha concluso la sua visita in Italia affermando che

“Il quadro politico e giuridico frammentario e la limitatezza delle risorse finanziarie per contrastare la violenza sulle donne, infatti ostacolano un’efficace ottemperanza dell’Italia ai suoi obblighi internazionali”.

Vale la pena elaborare un progetto comune a partire da queste indicazioni, per non svuotare le parole del loro significato e le azioni del loro scopo.

Per non parlare di femminicidio con troppo leggerezza. Per riempire di significato anche parole come “pari opportunità” che altrimenti suonano vuote e, dalla soppressione della figura di Ministra, suonano anche lontane nel tempo. E allora torniamo a ribadire la necessità di azioni rivolte a garantire in concreto alle donne, in quanto donne, il godimento dei loro diritti fondamentali, primo tra tutti il diritto alla vita, ed a una vita libera da qualsiasi forma di violenza. In questo senso, le pari opportunità si costruiscono insieme, altrimenti la disinformazione annulla i benefici derivanti dalle politiche intraprese; così come i servizi, la professionalità offerta dalle associazioni di donne, dai centri antiviolenza, dal volontariato, vengono vanificati se non possono essere portati avanti nel tempo per il mancato finanziamento da parte delle Istituzioni. E’ un cane che si morde la coda.

In questi giorni di tagli, forse vale la pena ricordare proprio le parole della Relatrice Speciale ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo:

“L’attuale situazione politica ed economica dell’Italia non puo’ essere utilizzata come giustificazione per la diminuzione di attenzione e risorse dedicate alla lotta contro tutte le manifestazioni della violenza su donne e bambine in questo Paese”.

Se oggi l’ONU (e di conseguenza l’informazione di massa) parla di femminicidio anche in relazione all’Italia, è perché ci sono state donne che qui ed oggi, da anni, hanno reclamato il riconoscimento anche per le donne, in quanto donne, di quei i diritti umani affermati a livello universale, ed in particolare del diritto inalienabile alla vita e all’integrità psicofisica.

I diritti infatti vivono solo là dove vengono reclamati in quanto tali, altrimenti restano destinati al mero riconoscimento formale, sulla carta.

Così è stato in passato per la CEDAW, e per le raccomandazioni del Comitato all’Italia: se non fosse stato per il nostro diretto interessamento, neppure sarebbero state tradotte in italiano e pubblicate online.

E allora il nostro ruolo è fondamentale per far si’ che la violenza contro le donne rimanga tra le priorita’ dell’agenda nazionale.

Parlare di femminicidio e richiamare le linee guida internazionali in materia, e le raccomandazioni all’Italia, è utile per evitare che, ottenebrati dalla logica dell’emergenza, si guardi il dito che indica la luna, e si perda di vista la luna. (Barbara Spinelli)”

Per saperne di più su Barbara:

“Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale.”

Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale.

 

http://femminicidio.blogspot.it/

https://www.facebook.com/avvbarbaraspinelli?fref=ts

 

One thought on “La storia del “femminicidio”

  1. Non mi convince ancora questa parola ‘femminicidio”, soprattutto perché include anche le bambine, che ancora femmine non sono perché non fertili.
    Comprendo bene le ragioni di questa parola, ma è troppo di “genere”! E quindi esclude il modo di pensare che produce tale violenza non solo sulle donne! Non fa fare passi avanti, è solo una definizione circoscritta. Penso ai giovani e alle giovani omosessuali, vittime in quanto tali.
    Il nodo è l’OPPRESSIONE e la violenza di individui su altri individui indifesi, giovani, bambini, vecchi. Per questo trovo riduttivo tale termine. Lo sostiuirei, perdonatemi l’arroganza, con il termine INDIFESICIDIO. Proverà vergogna chi commette un Indifesicidio? Avrà orrore di se stesso? Si sentirà un inutile e pericoloso VIGLIACCO?
    Gli Stati adotteranno le contromisure adeguate per proteggere gli indifesi? Adotteranno contomisure per affrontare la vigliaccheria degli aggressori?

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